Cosa vuol dire essere un bambino come tutti gli altri? Se a porsi questa domanda è il Pinocchio portato in scena da un attore con la sindrome di Down, allora la storia che conosciamo potrebbe prendere una piega diversa. Pinocchio è energia pura, irrefrenabile, curiosa, disobbediente, ma con un grande cuore. Il suo è un viaggio di crescita e consapevolezza, una corsa verso l’autonomia. Sì, è proprio questo il desiderio più profondo del nostro Pinocchio/Fabrizio, diventare autonomo, crescere, scegliere da solo chi essere. Ma come resistere alla tentazione del Gran Teatro delle Marionette? Come non lasciarsi affascinare da animali parlanti, da promesse miracolose e da un campo in cui, forse, gli zecchini d’oro possono davvero fiorire? A duecento anni dalla nascita di Collodi, Tonio De Nitto porta in scena il capolavoro Pinocchio, in una riscrittura a quattro mani con Fabrizio Tana, attore e autore con sindrome di Down, per indagare e forse confutare, con dolcezza e profondità, il tema del desiderio di essere come gli altri. “Voglio essere un bambino come tutti gli altri!” diventa allora una domanda aperta, una sfida, un invito a riconsiderare cosa significhi normalità, e cosa significhi davvero crescere. In questo spettacolo confluiscono i pensieri e i desideri del protagonista, scritti di suo pugno, una penna non conforme, quella di Fabrizio, che scrive il testo come un parto di liberi pensieri raccolti sul suo quaderno e attraverso messaggi e lettere scambiati con il regista: parole in cui persona e personaggio si confondono, inventando una grammatica speciale, essenziale ed esistenziale.
La voce del protagonista arriva anche da fuori campo, regalando allo spettacolo un viaggio emotivo attraverso il quale Fabrizio diventa Pinocchio sovrapponendo i piani della realtà e della finzione. Il nostro Pinocchio diventa così il tramite per far raccontare a Fabrizio il suo percorso di consapevolezza e di rivendicazione della sua unicità.